E’ tardi. Devo andare ad una festa di compleanno e non ho il regalo. Per non sbagliare decido di comprare un libro.Solo che sono fuori per lavoro. Persa nella città dormitorio.
L’unica libreria che riesco a trovare consta in un locale di dieci metri quadrati, lungo e stretto, disordinato, poco illuminato.
Mi viene quasi da bussare mentre entro.
Il libraio è al telefono. Mi guarda con speranza, mentre cerca di concludere una telefonata al limite della decenza.
“Tesoro, cara, amoremiopiccionotenerinopiccipiccimiaomiao, ti amo, sì. C’è una cliente, ti devo lasciare ma ci vediamo tra pochissimo,bacini bacini”.
Io sto per vomitare. Lui, vistosamente gay, con atteggiamenti di gran lunga più femminili di me (ma anche di Marilyn), si rivolge dalla mia parte con tono di scusa: “era mia moglie”.
Io penso povera moglie e continuo a guardare i libri di poesia.
L: Le piace la poesia?
T: Dipende dalla poesia.
L: Domanda stupida.
Io abbozzo un sorriso impacciato e poi mi intenerisco, perché capisco di essere una delle rare persone entrate nella libreria negli ultimi mesi.
T: (in un eccesso di socialità e generosità) Bella questa libreria.
L: Peccato che questa sia una città dormitorio. Ho talmente tanto tempo libero che dipingo.
T: Posso vedere?
Stava dipingendo dei guerrieri fantasy, con gli acquerelli. Guerrieri nudi, con piselli da far invidia a Rocco.
L: Servono ad illustrare un libro che ho scritto. Sono nudi. Con tutti gli attributi.
Io lo guardo allucinata e butto lì una frase a caso: Ah li vedo. Essendo uomini è giusto che li abbiano.
L: li ho fatti in onore di mia suocera. Ha una particolare predilezione per i pendantes.
Meno dettagli, grazie.







