

L’animo umano, si sa, va coltivato. E così, tra un aperitivo ed un giro di shopping selvaggio, bisogna bilanciare con qualche sosta al museo.
A dire il vero abolirei lo shopping e vivrei in qualche stanza della tate modern, vista millennium bridge, coperta da un vestito di iuta firmato Burri. Con qualche strappo alla fontana, nei punti giusti ed un paio di scarpe di Andy Warhol.
Visto che nel gruppo di amici e parenti sono considerata l’esperta, poveri loro, mi tocca spesso fare da accompagnatrice/guida a tutte le mostre della città. Con mio grande imbarazzo.
Primo, perché non è detto che io sia al corrente di tutto quanto è stato creato dalla fervida mente umana nei secoli dei secoli. Secondo, perché anche se ne so qualcosa, spesso non capisco se l’accompagnato di turno ha proprio voglia di sorbirsi tutta la filippica sul significato intrinseco di certi segni apparentemente incomprensibili. Terzo, perché spesso prendono per oro colato tutte le stronzate che escono dalla mia bocca. Enorme responsabilità.
In ogni caso, quando mi capita di visitare una mostra con un mio simile, qualcuno che ne capisce qualcosa, è un gran sollievo. Anche solo per il fatto che posso godermi la bellezza in silenzio e al massimo scambiare qualche sguardo complice e saputo.
Era proprio una di queste occasioni.
Io e la mia amica, fresche di studi, andiamo ad una rarissima mostra di arte contemporanea americana. Pezzi importanti, dal Whitney Museum. Cose che ho visto solo sui libri.
I miei preferiti tutti insieme. Hopper, Pollock, de Kooning, Rothko, Frank Stella , Keith Haring, Basquiat . David Smith. Jasper Johns e Rauschenberg , Oldenburg e Warhol, il mio primo mobiles dal vero di Calder. Emozioni forti.
Infine si arriva alla sala dedicata al minimalismo. L’essenza dell’arte. Pochi colori. Bianco. Ferro. Materiali industriali. Forme prevalentemente geometriche.
Vista l’eccezionalità delle opere esposte, anche se non lo faccio mai e sono contro, prendo l’audioguida. Entro nella prima stanza, tutta bianca. Alle pareti una serie di quadri tutti uguali. Anch’essi bianchi. La seconda ospita, sparsi a casaccio sul pavimento, frammenti di ferraglie varie.
Nell’ultima sala, ci avviciniamo alla parete per leggere meglio la didascalia. C’è anche il numerino a cui corrisponde una minuziosa descrizione dell’opera nell’audioguida. Io e la mia amica expert ci guardiamo, pronte a recepire tutte le informazioni sull’inestimabile opera d’arte minimalista. Carl Andre. Concentrate, fissiamo la parete bianca, attraversata da numerose fenditure orizzontali in ferro sbiancato. Interessante. Fin qui ci siamo. La scelta del materiale. Tipica. Lamiera grezza, non rifinita. Poi l’audioguida, come spesso accade, inizia a sparare una serie di stronzate incredibili e divaga sul tema. “Le tonalità cupe…” io e l’altra amica expert ci guardiamo sapute, con aria un po’ snob nei riguardi di chi ha registrato tutte quelle cavolate. Che assolutamente non corrispondono al capolavoro che stiamo ammirando. Infine, dopo esserci lungamente guardate con aria interrogativa, udendo in stereo una serie infinita di cialtronerie, togliamo le cuffie ed iniziamo con tono sarcastico a dire che, magari, alla prossima mostra, possiamo proporre il nostro scaldabagno. Tanto è in tono con le pareti. Moolto minimal. Insomma. Mezz’ora, sole nella grande sala vuota che ospitava un’unica, importante opera, ad ironizzare su questa ed interrogarci sul suo presunto importante contributo all’arte moderna contemporanea.
A dire il vero abolirei lo shopping e vivrei in qualche stanza della tate modern, vista millennium bridge, coperta da un vestito di iuta firmato Burri. Con qualche strappo alla fontana, nei punti giusti ed un paio di scarpe di Andy Warhol.
Visto che nel gruppo di amici e parenti sono considerata l’esperta, poveri loro, mi tocca spesso fare da accompagnatrice/guida a tutte le mostre della città. Con mio grande imbarazzo.
Primo, perché non è detto che io sia al corrente di tutto quanto è stato creato dalla fervida mente umana nei secoli dei secoli. Secondo, perché anche se ne so qualcosa, spesso non capisco se l’accompagnato di turno ha proprio voglia di sorbirsi tutta la filippica sul significato intrinseco di certi segni apparentemente incomprensibili. Terzo, perché spesso prendono per oro colato tutte le stronzate che escono dalla mia bocca. Enorme responsabilità.
In ogni caso, quando mi capita di visitare una mostra con un mio simile, qualcuno che ne capisce qualcosa, è un gran sollievo. Anche solo per il fatto che posso godermi la bellezza in silenzio e al massimo scambiare qualche sguardo complice e saputo.
Era proprio una di queste occasioni.
Io e la mia amica, fresche di studi, andiamo ad una rarissima mostra di arte contemporanea americana. Pezzi importanti, dal Whitney Museum. Cose che ho visto solo sui libri.
I miei preferiti tutti insieme. Hopper, Pollock, de Kooning, Rothko, Frank Stella , Keith Haring, Basquiat . David Smith. Jasper Johns e Rauschenberg , Oldenburg e Warhol, il mio primo mobiles dal vero di Calder. Emozioni forti.
Infine si arriva alla sala dedicata al minimalismo. L’essenza dell’arte. Pochi colori. Bianco. Ferro. Materiali industriali. Forme prevalentemente geometriche.
Vista l’eccezionalità delle opere esposte, anche se non lo faccio mai e sono contro, prendo l’audioguida. Entro nella prima stanza, tutta bianca. Alle pareti una serie di quadri tutti uguali. Anch’essi bianchi. La seconda ospita, sparsi a casaccio sul pavimento, frammenti di ferraglie varie.
Nell’ultima sala, ci avviciniamo alla parete per leggere meglio la didascalia. C’è anche il numerino a cui corrisponde una minuziosa descrizione dell’opera nell’audioguida. Io e la mia amica expert ci guardiamo, pronte a recepire tutte le informazioni sull’inestimabile opera d’arte minimalista. Carl Andre. Concentrate, fissiamo la parete bianca, attraversata da numerose fenditure orizzontali in ferro sbiancato. Interessante. Fin qui ci siamo. La scelta del materiale. Tipica. Lamiera grezza, non rifinita. Poi l’audioguida, come spesso accade, inizia a sparare una serie di stronzate incredibili e divaga sul tema. “Le tonalità cupe…” io e l’altra amica expert ci guardiamo sapute, con aria un po’ snob nei riguardi di chi ha registrato tutte quelle cavolate. Che assolutamente non corrispondono al capolavoro che stiamo ammirando. Infine, dopo esserci lungamente guardate con aria interrogativa, udendo in stereo una serie infinita di cialtronerie, togliamo le cuffie ed iniziamo con tono sarcastico a dire che, magari, alla prossima mostra, possiamo proporre il nostro scaldabagno. Tanto è in tono con le pareti. Moolto minimal. Insomma. Mezz’ora, sole nella grande sala vuota che ospitava un’unica, importante opera, ad ironizzare su questa ed interrogarci sul suo presunto importante contributo all’arte moderna contemporanea.
Quando.
Improvvisamente appare un’orda di bambini saltellanti in gita scolastica e forma un cerchio al centro della stanza. La maestra inizia a ripetere le cose che abbiamo appena sentito dall’audioguida. Ed indica un punto per terra, proprio al centro della stanza. Dov’è installata l’unica opera.
E’ che abbiamo una mente troppo aperta e possibilista.
Foto dall'alto:
1. Bocchettone di ricambio aria condizionata - Palazzo Reale
2. Robert Ryman - No Title Required
3. Carl Andre - 10x10 Altstadt Copper Square

18 commenti:
ma come...vai a vedere le mostre senza dir nulla?
cmq assicuro ai lettori che la blogger è un'ottima guida ;-)
una volta al museo d'arte contemporanea del castello di Rivoli alcuni inservienti avevano rimosso un quadro ma scordato la targhetta.
naturalmente sul muro era rimasto l'alone del quadro rimosso...
il solito saputo di turno, dopo un attimo di perplessità, senza scomporsi, ha iniziato a spiegare disinvolto al suo gruppo di amici che lo ascoltavano:
"ecco, questa è l'impressione del quadro che non c'è..."
ehm...se sai di qualche mostra a Monaco e dintorni fammi sapere, che tanto son da quelle parti ;-)
io, al museo, non manco mai di fare la gag con l'estintore :)
grilloz, non crederai mica a tutto quello scrivo, vero?
sammy, fico fare ginnastica al museo...gag nel senso di gambe-addominali-glutei? chissà che fisicaccio!
ho passato anni a leggere ad alta voce dalle guide alternando notizie vere ad altre inventate.
l'arte è creatività.
sempre e comunque.
OLE'
a tutto no...il problema è scegliere le cose giuste a cui credere...
;-)
cmq il fatto che ho raccontato è accaduto davvero...
..a me piace andare sola o con qualcuno che non fa tante domande. La volta che mi sono divertita di più è stato con mia mamma al museo d'arte contemporanea di Rivoli, non la finiva di dire "nooo, non è possibile!!!"
Quindi possiamo andare per mostre insieme, non proferire parola, solo qualche bacio soave qua e la tra un'opera ed un'altra. Perchè purtroppo io ci resto tanto, perchè mi piace troppo andare a vedere soprattutto i musei d'arte contemporanea e moderna ma nessuno viene con me. Si rompono le palle presto.
Unica cosa, scansare le comitive di bambini in visita scolastica.
Due se ti piace Burri Rothko Baquiat io e te abbiamo feeling.
ps Sei tutta matta
chi ha l'arte nel cuore la vede ovunque.
(bella questa eh??)
d2l non fatico ad immaginare la scena!
when the robins came... :)che bello incontrarti qui! ma intendeva non è possibile esporre stranezze del genere o apprezzava?
picchu possiamo.
puffo poeta! smack
Possiamo è dal '78 che una donna non me lo dice. Vai piano con le parole che sono sensibile. Io.
ops!
io comunque in genere alle mostre ci vado sola, e mi piglio un sacco di tempo tanto per assicurarmi una mediocre fruizione specie se si tratta di contemporaneo.
con gli amici ci si distrae troppo facilmente.
Buondì!
"Lo potevo fare anche io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte" mi ha aperto a nuovi orizzonti.
e l'ho comprato proprio alla triennale (dopo qualche mojito, però).
l'idea di abbinare aperitivi a musei è geniale. quello che non ti mostra un quadro, te lo inventa il bicchiere.
- Bancona (mica per caso) -
quoto Bancona :-)
a me invece piace andare a vedere le mostre in tanti, soprattutto quelle di arte moderna. La genialità di alcune libere interpretazioni e la banalità degli immancabili commenti: “questo la facevo pure io”, fanno parte dell'opera stessa a pieno titolo.
Perché privarsene?
La Tate Modern spesso vale il solo viaggio a Londra, anche se trovo troppo audace esporre alcune creazioni di dubbio risultato artistico, vicino Pollack, Rothko e Mondrian.
Ma anche questa è provocARTE.
M.(aurosky)
PS la iuta non basta per Londra. Settimana scorsa 3 gradi, fa più caldo a Mosca!
l.a.v.i.n.i.a. e mauro, io ci vado quasi sempre due volte...una sola e l'altra con gli amici...non posso perdermi lo spasso di dire e sentire cialtronerie!!!
l'unica che proprio non si può sentire, Bancona, è: lo potevo fare anch'io. GRRRRRRR
però l'impianto del ricambio d'aria sapevo farlo anch'io!!! eh.
ehi ehi, ho riportato il titolo del libro, che diamine!
mica lo dico e tantomeno lo penso.
l'unica cosa che davvero posso fare anch'io è ordinare l'aperitivo!
(ho le mie preferenze e i miei gusti, certo, ma di arte non ci capisco un tubo!)
- Bancona -
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