domenica 19 ottobre 2008

pronta?

Esco. E’ un bel pomeriggio per passeggiare. Incontro un vecchio amico che non vedevo da tempo, il quale, non resistendo al mio fascino, mi invita a restare fuori per un aperitivo. Finalmente esco con un bel fanciullo. Prestante. Occhi blu come il mare profondo e labbra carnose. Da sogno. All’aperitivo segue una romantica cena a lume di candela e poi baci appassionati. Arriviamo a casa sua presi dalla passione. Non avevo previsto una fine serata così caliente. Ecco. E adesso? Gli dirò che amo la penombra. Tutta quella luce mi toglierà la poesia. Eh sì, vuoi mettere con quel buio pesto così rassicurante? Come dici? No? Ti piace guardarmi negli occhi? Ma sei tu che lodi sempre i miei occhi che brillano così tanto. Come? Non fanno abbastanza luce? Allora facciamo un gioco: ci spogliamo al buio più in fretta possibile e quando siamo completamente nudi accendiamo. No? Sei un feticista della mutanda? Ok, allora. L’hai voluto tu. Accendi. 



lunedì 13 ottobre 2008

cul tura










L’animo umano, si sa, va coltivato. E così, tra un aperitivo ed un giro di shopping selvaggio, bisogna bilanciare con qualche sosta al museo.
A dire il vero abolirei lo shopping e vivrei in qualche stanza della tate modern, vista millennium bridge, coperta da un vestito di iuta firmato Burri. Con qualche strappo alla fontana, nei punti giusti ed un paio di scarpe di Andy Warhol.
Visto che nel gruppo di amici e parenti sono considerata l’esperta, poveri loro, mi tocca spesso fare da accompagnatrice/guida a tutte le mostre della città. Con mio grande imbarazzo.
Primo, perché non è detto che io sia al corrente di tutto quanto è stato creato dalla fervida mente umana nei secoli dei secoli. Secondo, perché anche se ne so qualcosa, spesso non capisco se l’accompagnato di turno ha proprio voglia di sorbirsi tutta la filippica sul significato intrinseco di certi segni apparentemente incomprensibili. Terzo, perché spesso prendono per oro colato tutte le stronzate che escono dalla mia bocca. Enorme responsabilità.
In ogni caso, quando mi capita di visitare una mostra con un mio simile, qualcuno che ne capisce qualcosa, è un gran sollievo. Anche solo per il fatto che posso godermi la bellezza in silenzio e al massimo scambiare qualche sguardo complice e saputo.
Era proprio una di queste occasioni.
Io e la mia amica, fresche di studi, andiamo ad una rarissima mostra di arte contemporanea americana. Pezzi importanti, dal Whitney Museum. Cose che ho visto solo sui libri.
I miei preferiti tutti insieme. Hopper, Pollock, de Kooning, Rothko, Frank Stella , Keith Haring, Basquiat . David Smith. Jasper Johns e Rauschenberg , Oldenburg e Warhol, il mio primo mobiles dal vero di Calder. Emozioni forti.
Infine si arriva alla sala dedicata al minimalismo. L’essenza dell’arte. Pochi colori. Bianco. Ferro. Materiali industriali. Forme prevalentemente geometriche.
Vista l’eccezionalità delle opere esposte, anche se non lo faccio mai e sono contro, prendo l’audioguida. Entro nella prima stanza, tutta bianca. Alle pareti una serie di quadri tutti uguali. Anch’essi bianchi. La seconda ospita, sparsi a casaccio sul pavimento, frammenti di ferraglie varie.
Nell’ultima sala, ci avviciniamo alla parete per leggere meglio la didascalia. C’è anche il numerino a cui corrisponde una minuziosa descrizione dell’opera nell’audioguida. Io e la mia amica expert ci guardiamo, pronte a recepire tutte le informazioni sull’inestimabile opera d’arte minimalista. Carl Andre. Concentrate, fissiamo la parete bianca, attraversata da numerose fenditure orizzontali in ferro sbiancato. Interessante. Fin qui ci siamo. La scelta del materiale. Tipica. Lamiera grezza, non rifinita. Poi l’audioguida, come spesso accade, inizia a sparare una serie di stronzate incredibili e divaga sul tema. “Le tonalità cupe…” io e l’altra amica expert ci guardiamo sapute, con aria un po’ snob nei riguardi di chi ha registrato tutte quelle cavolate. Che assolutamente non corrispondono al capolavoro che stiamo ammirando. Infine, dopo esserci lungamente guardate con aria interrogativa, udendo in stereo una serie infinita di cialtronerie, togliamo le cuffie ed iniziamo con tono sarcastico a dire che, magari, alla prossima mostra, possiamo proporre il nostro scaldabagno. Tanto è in tono con le pareti. Moolto minimal. Insomma. Mezz’ora, sole nella grande sala vuota che ospitava un’unica, importante opera, ad ironizzare su questa ed interrogarci sul suo presunto importante contributo all’arte moderna contemporanea.

Quando.

Improvvisamente appare un’orda di bambini saltellanti in gita scolastica e forma un cerchio al centro della stanza. La maestra inizia a ripetere le cose che abbiamo appena sentito dall’audioguida. Ed indica un punto per terra, proprio al centro della stanza. Dov’è installata l’unica opera.

E’ che abbiamo una mente troppo aperta e possibilista.
Foto dall'alto:
1. Bocchettone di ricambio aria condizionata - Palazzo Reale
2. Robert Ryman - No Title Required
3. Carl Andre - 10x10 Altstadt Copper Square

venerdì 3 ottobre 2008

che chic

Il meccanico si è affezionato al mio scooter e non vuole più ridarmelo.
Come biasimarlo? Mi sono arresa (anche perché a questo punto ho pagato almeno la nuova Ferrari alla Moratti, a furia di multe), ho comprato un altro scooter. Identico al vecchio.
L’amore è amore. Non si comanda.
Dovevo festeggiare degnamente questo evento.
Allora vado nel negozio più figo di accessori per motociclisti e vago per ore tra gli scaffali alla ricerca di un piccolo oggetto adatto all’occasione. Affascinata da tutti quegli indumenti in pelle aderentissimi alla cat woman, mi immagino in sella al mio rombante scooter di punto vestita. Too much anche per me. Adocchio un casco multicolor tutto tempestato di strass, ma indossato fa un po’ effetto edizione speciale natalizia della nespresso. Lascio perdere.
All’improvviso un colpo di fulmine. Una di quelle cose da indossare che fa chic e non impegna. Un bel paio di guanti. Ecco, mi serviva proprio. C’è l’imbarazzo della scelta. Un nuovo modello. Ergonomico, antiscivolo, con un sacco di decorazioni una più bella dell’altra. Davvero difficile scegliere. Dopo 50 minuti di prove davanti al commesso impallidito, che spingeva ora per un colore ora per l’altro confondendomi le idee, opto per un sobrio motivo animalier su fondo nero, in tinta con la giacca in pelle umana acquistata l’anno scorso. Alleggerisco il portafoglio di una cifra pari a quella investita per le multe e me ne vado con il sorriso stampato sulla faccia.

Arrivo a casa tutta fiera. Estraggo i guanti dal sacchetto griffato e mi casca la mascella. I raffinati guantini sono tenuti insieme da un’etichetta dozzinale, di cartone. L’etichetta illustra in modo dettagliato i possibili usi dei guanti, denominati UTILITY. Per tutti i lavori più sporchi. Insomma, servono per pulire i cessi.

Hanno fatto le moto con cessi a bordo e nessuno me lo ha detto?
(cessi umani a parte intendo)