lunedì 9 novembre 2009

emptiness

Ho voluto guardare in faccia la morte violenta.
L’ho guardata dritta negli occhi.
Tre immagini indelebili, tatuate, per sempre.

La testa nella pozza di sangue.
Il sacco dorato.
La scarpa solitaria.

La testa nella pozza di sangue di una donna di tutto punto vestita, pronta ad abbracciare il vuoto.

Il sacco dorato, accecante da quanto stona, che giace per ore sotto la pioggia, nell’attesa di un magistrato. Il tocco grottesco e sgargiante che spacca il silenzio surreale che lo circonda.

La scarpa solitaria. Ferma immobile, che nessuno può toccare. L’unico segno tangibile di realtà rimasto sulla scena.

E tutto il dolore di una sconosciuta, trasferito di colpo nel mio stomaco. Come un pugno improvviso.

Non era curiosità la mia. Volevo capire la sofferenza di una vita interrotta di proposito. Volevo toccare l’estrema infelicità, facendole prendere corpo, quasi non riuscissi a credere, fin’ora, che tutte le morti cercate non fossero vere, solo per il fatto di non averle mai viste da vicino. E in fondo, forse, speravo d’istinto di poter fare qualcosa.

Adesso la vedrò per sempre, quell’immagine tatuata nei miei occhi.

3 commenti:

Grilloz ha detto...

ci sono episodi che ti cambiano, che cambiano il modo in cui guardi la vita, per me lo è stato vedere le camere a gas di Dachau...

charly49 ha detto...

la morte in se stessa è un avvenimento senza senso,ma tra tutte, quella x suicidio è la più difficile da accettare,xmolte ragioni

PICCHU ha detto...

Che triste poverina.
Credo sia un bel pugno allo stomaco, credo non sia facile dimenticare quell'immagine.
Chissà che storia dietro, chissà quali sofferenze.