Passo molto tempo in casa ultimamente. Molto più del solito.Gli oggetti, solitamente immobili e silenziosi iniziano ad animarsi. Hanno cominciato timidamente. Il tubetto di acrilico bianco di titanio ha rotto il ghiaccio per primo. Zitto, mi guardava di soppiatto ed ha iniziato a muoversi lentamente. A scatti. Dal fondo del corridoio la plastica del tubetto luccicava. Ho guardato meglio e non era più un semplice tubetto. Messo così sembrava proprio il profilo di una donna di Brancusi. Tinte piatte, pochi essenziali dettagli. Un occhio rettangolare (che era la scritta pebeo ma sembravano pupille) e uno zigomo scavato.
Ha sussurrato qualcosa, ma ho finto di non sentire.
Stavo così bene da sola.
Poi ci si è messa la matrioska. Lei voleva solo spettegolare, ma a me non piace. Poi tutto quel borbottio delle altre sette dentro la pancia. Shhh. Ho da fare io.
Si è risvegliato anche il righello della National Gallery che vuole fare l’intellettuale. È un righello strano, che non va tanto dritto. Di plastica rossa, le sue forme compongono tre lettere che formano la parola ART. Si sposta per cercare di dire qualcosa di nuovo. TAR. RAT. ATR. TRA. Per fortuna dura poco il giochino. Va bene per la pausa caffè. Scambiamo quattro parole e mi tolgo il pensiero.
Ieri mi sono anche messa a discutere con un taglierino che voleva far fuori il bisturi, rischiando la vita. E quando infine vado a letto, il cuscino mormora soffici poesie. Nauseabonde. Forse dovrei solo uscire un po’.
