mercoledì 18 novembre 2009

cul(tura)

E’ tardi. Devo andare ad una festa di compleanno e non ho il regalo. Per non sbagliare decido di comprare un libro.
Solo che sono fuori per lavoro. Persa nella città dormitorio.
L’unica libreria che riesco a trovare consta in un locale di dieci metri quadrati, lungo e stretto, disordinato, poco illuminato.
Mi viene quasi da bussare mentre entro.  
Il libraio è al telefono. Mi guarda con speranza, mentre cerca di concludere una telefonata al limite della decenza.
“Tesoro, cara, amoremiopiccionotenerinopiccipiccimiaomiao, ti amo, sì. C’è una cliente, ti devo lasciare ma ci vediamo tra pochissimo,bacini bacini”.
Io sto per vomitare. Lui, vistosamente gay, con atteggiamenti di gran lunga più femminili di me (ma anche di Marilyn), si rivolge dalla mia parte con tono di scusa: “era mia moglie”.
Io penso povera moglie e continuo a guardare i libri di poesia.
L: Le piace la poesia?
T: Dipende dalla poesia.
L: Domanda stupida.
Io abbozzo un sorriso impacciato e poi mi intenerisco, perché capisco di essere una delle rare persone entrate nella libreria negli ultimi mesi.
T: (in un eccesso di socialità e generosità) Bella questa libreria. 
L: Peccato che questa sia una città dormitorio. Ho talmente tanto tempo libero che dipingo.
T: Posso vedere?

Stava dipingendo dei guerrieri fantasy, con gli acquerelli. Guerrieri nudi, con piselli da far invidia a Rocco.

L: Servono ad illustrare un libro che ho scritto. Sono nudi. Con tutti gli attributi.
Io lo guardo allucinata e butto lì una frase a caso: Ah li vedo. Essendo uomini è giusto che li abbiano.
L: li ho fatti in onore di mia suocera. Ha una particolare predilezione per i pendantes.

Meno dettagli, grazie.  

sabato 14 novembre 2009

Shhhhhhhh…………..

Mrs Cartwright è disperata perché non può più urlare durante le tre ore di sesso quotidiane col marito. 

I giudici inglesi hanno respinto la sua richiesta di appello.

Nessuno le ha parlato di insonorizzazione degli ambienti?

 

martedì 10 novembre 2009

McCurry...

...mi fa venir voglia di partire e fotografare.

foto: © nettarefrizzante

lunedì 9 novembre 2009

emptiness

Ho voluto guardare in faccia la morte violenta.
L’ho guardata dritta negli occhi.
Tre immagini indelebili, tatuate, per sempre.

La testa nella pozza di sangue.
Il sacco dorato.
La scarpa solitaria.

La testa nella pozza di sangue di una donna di tutto punto vestita, pronta ad abbracciare il vuoto.

Il sacco dorato, accecante da quanto stona, che giace per ore sotto la pioggia, nell’attesa di un magistrato. Il tocco grottesco e sgargiante che spacca il silenzio surreale che lo circonda.

La scarpa solitaria. Ferma immobile, che nessuno può toccare. L’unico segno tangibile di realtà rimasto sulla scena.

E tutto il dolore di una sconosciuta, trasferito di colpo nel mio stomaco. Come un pugno improvviso.

Non era curiosità la mia. Volevo capire la sofferenza di una vita interrotta di proposito. Volevo toccare l’estrema infelicità, facendole prendere corpo, quasi non riuscissi a credere, fin’ora, che tutte le morti cercate non fossero vere, solo per il fatto di non averle mai viste da vicino. E in fondo, forse, speravo d’istinto di poter fare qualcosa.

Adesso la vedrò per sempre, quell’immagine tatuata nei miei occhi.